La Storia delle Canzoni

Premessa

Non so cosa mi spinga a scrivere canzoni, tutto è iniziato così, percaso, a 16 anni... l'età dei grandi quesiti, delle contraddizioni, delle grandi e rapidissime crisi esistenziali... Avevo iniziato a suonare la chitarra, per ripiego: io ho sempre voluto imparare a suonare il pianoforte, ma in collegio, quel grandissimo... non lo so nemmeno definire, rettore (Don Bellagio) si opponeva fermamente ed implacabilmente.

Così, cambiato sede del collegio, avevo ripiegato sulla chitarra, imparando dai compagni che già la suonavano, Claudio Lavarini di Ornavasso e Maurizio Lauroja di Como. Niente studio di musica, ma il metodo “chitarristi in 24 ore” sempre sulla scrivania, al posto del libro di matematica... Prima canzoni di protesta (Bob Dylan, Neil Young per me imperavano ancora), poi esistenziali, rima baciata prima, senza rima poi, esperimenti poco probabili... alla fine arrivava la prima canzone a 18 anni compiuti “ma che parliamo”, una ballata country su una storia d'amore finita male tra due ragazzi d'estrazione sociale differente.

Di strada, musica e canzoni ne avevo davanti davvero tanta. Poi è arrivato il cambiamento importante. Conobbi Marco Barbieri di Milano per caso, perché fui chiamato a sostituire un chitarrista in un gruppo a supporto di un “pazzo assoluto” Giorgio Gioia da Vanzone con San Carlo, piena Valle Anzasca, che faceva uno spettacolo imitando (davvero bene) Adriano Celentano. Fu un colpo di fulmine. Lui suonava benissimo, con un modo diverso dal mio, e con sonorità davvero diverse dal solito, con accordi diminuiti, che all'epoca erano inusuali nel panorama della musica italiana.

Fu una canzone di Pino Daniele “I say 'i sto accà” a far scoccare la scintilla, a Mergozzo, dopo il sound check, dove suonammo e bevemmo fiumi di birra in un pomeriggio assolato di Agosto del 1979, in cui riducemmo ad uno straccio il povero batterista, che beveva quanto noi, ma senza reggerlo, tanto che a metà concerto smontò la batteria e se ne andò, tra lo stupore generale del pubblico!!! (Per fortuna suonavamo con due batteristi e Mao Limiti, il vero primo batterista, salvò la serata!). Con lui scrissi davvero molte canzoni, ed insieme creammo un duo davvero fantastico. Abbiamo percorso molta strada insieme, musicalmente, ed ancora oggi è per me come un fratello.

Ci fu un periodo in cui smisi di suonare, per motivi che ora non ricordo più, o meglio, ricordo ma a distanza di anni mi appaiono così futili...forse era stata la noia, o la delusione di non aver raggiunto l'obbiettivo che ci/mi ero prefissato, forsa la nascita di Gaja... boh, non lo so... Fu una sera, nell'appartamento di Arona, che dopo aver ripreso a suonare (avevo smesso per 4 anni, Gaja non voleva lo facessi, appoggiava la sua manina sulla chitarra e mi diceva “bata papà, bata, bata....fai il bavo, bata papà” ed io, sconsolato, riponevo la chitarra nel fodero) su un'accordo di Re minore suonato sul quinto capotasto, ripartì l'ispirazione!

Scrissi, in meno di un'ora, “il senso della svogliatezza”, una delle canzoni più belle che ho scritto, se non la più bella. Ricordo tutte le canzoni che ho scritto, quando, il momento,le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere di ciò che racconto. Per alcune ricordo addirittura l'ora del giorno e/o della notte, ed il tempo meteorologico che c'era. Non so come faccio, ma è così. In compenso, per assurdo, non mi ricordo le parole delle canzoni che ho scritto, e sono costretto a suonare con il leggio e lo spartito, ed a volte riesco, nello sforzo di cantarle a memoria, a sbagliare le parole.

Ho pensato, su suggerimento di Marco Ciapparelli, di raccontare la storia delle mie canzoni, non il significato (anche perché sono di una semplicità che sfiora il banale, chiunque potrebbe scriverle), ma le motivazioni che mi hanno spinto, i momenti, gli aneddoti. Una sorta di “salto all'indietro” nella memoria, nel tempo. Perchè sono passati 35 anni dalla prima canzone, e la società, il tempo, le cose, le persone, sono cambiate, alla velocità della luce.

Sembra ieri, Benelli 125 2SE e capelli lunghi, chitarra sempre appresso, il mondo che potevamo ancora cambiare (almeno sognavamo di poterlo fare...) gli amori giovanili (tanti...velocissimi....) la vita davanti con il destino che pensavamo di poter dominare. Oggi, raccontare di allora, può sembrare solo nostalgico. Ma è nell'intenzione di dare una visone di ciò che si prova quando si riesce ad esprimere ciò che si prova interiormente in modo che anche gli altri lo possano condividere, come riescono a farlo i pittori, gli scultori, i musicisti. Un percorso della memoria nel quale tutti si possano calare, e ricordarsi, per comprendere ciò che è il normale divenire.

Copyright © Mazaröcc
2012-2017