La Storia delle Canzoni

Te Lo Ricordi Desolina

Te Lo Ricordi Desolina
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L’esperienza di aver fatto da “spalla” al concerto di Davide Bernasconi, alias Van de Sfroos, al concerto di Villadossola mi aveva galvanizzato.

Ero più che mai convinto che finalmente si potesse cantare anche in dialetto ossolano, e che fosse giunto il momento di raccontare della vita nelle valli, così lontana da quella cittadina che si trasferiva da noi per le vacanze.

Avevo guardato una trasmissione televisiva su De Andrè, quello a me più caro, ovvero quello ritmico con la P.F.M. e dei dischi successivi in dialetto Genovese e Sardo.

Mi era rimasto in testa il ritornello per me affascinante di Dolcenera.

Trasformai quella frase nel nostro dialetto, mi venne naturale, e mi rimase in testa, mentre me ne andavo a letto.

Qualche giorno dopo mi ritornò in mente mentre, come al solito, strimpellavo la chitarra invece di dare una mano in casa a mia moglie, che mi chiedeva di fare uno di quei lavoretti che rimando costantemente in attesa ”dell’ispirazione”.

Suonava bene questa “filastrocca”.

Io ho una predilizione per certi accordi, lo so, e credo sia naturale per chiunque suoni o canti.

Mi ritrovai quindi a canticchiare quella filastrocca sul giro Sol Re Mi minore Do.

Ripensando al senso della filastrocca rividi il bar “del ponte” a Staffa, con la Teresina ed i giocatori di scopa, non so perché, e da lì un fiume di ricordi.

Mi ritrovai a viaggiare nei ricordi dell’infanzia, e subito ripensai alla Desolina (Martinali di cognome, da Prequartera, frazione di Ceppo Morelli), la mitica cameriera che mi soccorse quando, caduto dalla botola che portava nel sottotetto dell’albergo, avevo il viso coperto di sangue.

Le cameriere che lavoravano da noi sono un ricordo dolcissimo, per me, volevo bene a tutte, e credo che tutte ricambiassero questo affetto, anche se ero veramente un discolo.

Ma Desolina rimane impressa nei miei ricordi.

Come in un film mi ritrovai a ripercorrere momenti della mia giovinezza, ed ovviamente mia cugina Marilena ne faceva parte, perché presenza costante e dolcissima di quel periodo.

Ripensai ai viaggi a Milano, quando l’autostrada partiva da Sesto Calende, alla nebbia, fortissima, allo stupore della vista del Duomo, della Rinascente e di tutti quei negozi, per noi veramente fonte di stupore, al fieno tagliato e portato a spalla nei Civerùn, stracolmi di “madesch”( i mucchi di fieno compattati messi sopra il civerone pieno), alla musica “rivoluzionaria” della musica “beat” e dei cantautori americani ed al sogno di poter cambiare il mondo, alle prime strimpellate ed ai primi amori.

Fu come aprire un grande raccoglitore di fotografie, ma anche di filmati in super8...

Scrissi d’un fiato tutta la canzone.

Ricordo che quando la feci sentire a mia moglie pianse dalla commozione, le piaceva, e lei, insieme a Gaja ed Alice sono per me giudici severissimi.

Decisi di portarla al concorso Note radici, ed andammo ad inciderla a Lesa, dall’amico Miki Rovelli, e quella fu per molti la prima esperienza di sala incisione.

Non essendo totalmente in dialetto, non fu ammessa alla finale.

Resta per me una delle ballate più “fresche” che ho scritto, e nella quale molti, della mia età, si possono ritrovarsi, e può essere per i giovani motivo di riflessione sul loro modo di vivere.

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